Testimonianza di un’infermiera dell’ASL Romagna, una giovanissima donna, madre di una bimba di poco più di un anno e moglie di un operatore del 118.

Riportiamo integralmente le sue parole e ci uniamo al suo messaggio di speranza.

Cari fratelli e sorelle,
Mai come in questo momento ho sentito la vostra vicinanza.
Al lavoro mi hanno accompagnato le vostre preghiere; a casa, i vostri messaggi pieni di premura e amore. In un momento di emergenza come questo, le parole ed i piccoli gesti arrivano dritto all’anima, non passano inosservati come magari poteva accadere prima.
Sì, il lavoro è un vero fronte di guerra in cui noi sanitari siamo in prima fila, ma vicino a noi, proprio ad un metro, ci siete tutti voi.
Il vostro compito in questa immensa ed inaspettata guerra lo adempite stando ad un metro di distanza, lavandovi spesso le mani, salutandovi da lontano, ma soprattutto…stando a casa!
Tutto quello che sentite in TV è tristemente vero: le persone muoiono in solitudine, senza i loro cari… è vero, ci siamo noi, infermieri, si…ma non sempre. Ci siamo solo quando il carico di lavoro ce lo permette.
E posso assicurarvi che, oltre la profonda tristezza che proviamo, stringere la mano di qualcuno che fra poco non ci sarà ci fa sentire un po’ meno fragili davanti alla forza con la quale l’epidemia COVID19 ci travolge.
Lo scenario è tragico, tragico per chi vede andarsene i propri cari anche se a distanza.
Ma non è forse anche questo il nostro compito da cristiani? Come non mai noi sanitari cristiani ci troviamo ad accompagnare sulle Via Dolorosa i nostri simili, portando la loro croce lì dove ci è possibile: allungando un bicchiere d’acqua, facendo una telefonata ai parenti per trasmettere le parole d’amore, portando i saluti dall’isolamento alla porta d’ingresso non contaminata…
Si, questa è una missione forte, estrema…non bastano più i prelievi, le flebo o i farmaci…adesso si ha bisogno di altro.
Ma usciamo insieme da questo isolamento temporaneo, da questo luogo di sofferenza per fissare il nostro sguardo più in alto….a Cristo!
Non siamo noi forse in un continuo isolamento, contaminati e sporchi senza il Suo aiuto?
Non siamo noi forse vestiti di vesti sporche, tute contaminate e mascherine piene d’odio senza l’intervento divino?
Quando un paziente esce dall’isolamento (e ciò succede quotidianamente, quindi esiste una speranza) può indossare degli abiti puliti così come noi infermieri quando usciamo dalla zona di isolamento indossiamo la nostra divisa pulita.
Questa è la speranza della quale il mondo ha bisogno…questa è la Buona Notizia: che un giorno potremo indossare vesti bianche, guanti puliti, calzari non contaminati e potremo girare senza mascherine…
Miei amati fratelli e sorelle, lasciamo che questo ultimo scenario domini la nostra mente affinché Cristo possa darci positività, speranza e gioia persino nelle difficoltà.
Un giorno quando l’epidemia avrà fine, perché ciò accadrà, potremo festeggiare e gioire insieme ai nostri cari, a quelli ancora rimasti.
Ma, un altro giorno ancora, un glorioso giorno, potremo festeggiare insieme a tutti quei cari che hanno lottato insieme a noi per l’eternità…perché un giorno avremo la sconfitta finale e definitiva, e nostro Padre ci aspetterà per abbracciarci e baciarci fuori da questo mondo contaminato… Maranathà, vieni Signore Gesù!

Un’infermiera dell’ASL Romagna