Dal paziente 1 al “Modello Lodi”

Un giovane paziente con grave polmonite. Il tampone per la ricerca del Coronavirus. E l’ipotesi più remota che diventa realtà.
Un medico racconta come l’emergenza Covid ha rivoluzionato il suo ospedale

a cura di Ennio Battista

Il paziente 1, il caso che non volevamo immaginare di affrontare in Italia. È il paziente individuato il 20 febbraio 2020 a Codogno e da cui parte la nostra storia travagliata contro la pandemia. Il racconto inizia con un protagonista, un primario scrupoloso di anestesia e rianimazione dell’ospedale di Lodi e Codogno, il dottor Enrico Storti, e l’equipe di specialisti – anche del suo reparto – che individuano il primo paziente Covid, il 38enne Mattia.

Oggi il medico è passato alla dirigenza del Reparto di anestesia e rianimazione, che comprende anche la terapia intensiva, dell’ospedale di Cremona.

Dottor Storti, che cosa ricorda di quei momenti?

Ci siamo trovati di fronte un giovane di 38 anni con severo coinvolgimento polmonare, polmonite bilaterale, grave compromissione dell’ossigenazione. Un quadro di per sé problematico per il nostro piccolo ospedale di Codogno (casi del genere vengono trasferiti all’ospedale di Lodi, più attrezzato). Non sapevamo ancora di avere individuato il paziente 1. In ogni caso abbiamo applicato il nostro protocollo, che era quello di verificare tutte le possibili spiegazioni per una polmonite così grave in un soggetto giovane. In questo modo siamo arrivati a un’ipotesi più mirata suffragata anche dall’informazione della moglie del paziente che ci aveva comunicato un contatto, seppur indiretto, con una persona della Cina. A quel punto, con la dottoressa Annalisa Malara, medico rianimatore, ci siamo accordati per eseguire il tampone. Ancora speravo e pensavo che la nostra decisione fosse dovuta più a un estremo scrupolo. Dal laboratorio Sacco abbiamo avuto un primo risultato non conclusivo; una volta ripetuto l’esame, il tampone purtroppo era positivo”.

Eravate già in possesso di indicazioni per lavorare in termini di sicurezza (più mascherine, maggiore isolamento per il personale medico- sanitario, ecc.) e ridurre la portata del contagio?

Nel nostro ospedale abbiamo avuto da subito i dispositivi di protezione individuale, che sono stati utilizzati fin dal momento in cui abbiamo ordinato il tampone. Tutto il personale della rianimazione, dagli infermieri agli Oss, era adeguatamente attrezzato. In quei momenti abbiamo avuto anche la collaborazione molto efficace del personale di ‘Medici senza frontiere’ che, forti della loro esperienza con il virus Ebola, ci hanno dato un importante contributo. Soprattutto, abbiamo riorganizzato in brevissimo tempo gli spazi dell’ospedale”.

In che modo?

“Creando delle zone filtro in cartongesso in tutti i reparti coinvolti. Abbiamo adottato un protocollo per il personale e realizzato una formazione sul campo per fronteggiare l’epidemia. Ci sono stati casi di positività nel personale, ma il contagio lavorativo è stato complessivamente molto basso. Teniamo conto che la nostra zona è stata la prima a essere considerata ‘rossa’, significa che i contagi si sono verificati soprattutto tra i familiari di chi lavora in ospedale”.

In questi mesi lei ha fatto riferimento al “modello Lodi”. Di cosa si tratta esattamente?

“È uno degli elementi più significativi che mi porto dentro di questa esperienza. Fin dai primi minuti dopo il tampone abbiamo costituito l’unità di crisi, che è stata modulata in modo flessibile e inclusivo. In altre parole, ogni soggetto di qualsiasi ruolo professionale è stato inserito in modo pienamente consapevole nell’unità di crisi. Ciò ha significato, per esempio, che chi ha costruito le zone filtro in cartongesso (un ruolo quindi non sanitario), in questa crisi diventava parte integrante dell’organismo sanitario. Questo ha riguardato tutti i ruoli, dalla guardia giurata a chi lavora al bar, fino al direttore generale e amministrativo. In termini organizzativi ha prodotto una capacità straordinaria e unica di adattarsi all’evento così drammatico”.

Può farmi altri esempi?

“Il personale, che in genere affronta protocolli convenzionali come la polmonite bilaterale, non era sufficiente. Quindi, per compensare questa carenza di personale, abbiamo messo in comunicazione tutti i reparti dell’ospedale, eliminando le classiche suddivisioni in reparti specialistici. È stata una rivoluzione. Per gestire le ondate di ricoveri abbiamo creato zone divise in aree secondo l’intensità di cura richiesta dai pazienti. Cardiologi, internisti, pneumologi, infettivologi, addirittura oculisti, hanno cominciato a lavorare tutti insieme, anche in pronto soccorso. Abbiamo visto costituirsi un ospedale diverso, che ha superato le logiche dipartimentali e le barriere anche tra i primari che non rivendicavano più la loro specializzazione”.

Le chiedo qualche cifra. Quante persone avete ricoverato nel vostro reparto per il Covid-19?

Tra il 20 febbraio 2020 e fine maggio 2020 abbiamo ricoverato 104 pazienti con degenza media di 15-20 giorni, fino all’ultimo paziente dimesso a fine maggio dopo 96 giorni di degenza”.

modello lodi

Quanti posti letto avevate in intensiva e quanti adesso?

7 letti, di cui uno isolato, e gli altri 6 posti in sub intensiva. Ma dal 28 febbraio 2020 avevamo disponibili già 16 letti in rianimazione. In seguito abbiamo occupato un’area del blocco operatorio trasformato in intensiva. Nella crisi siamo arrivati a 26 posti letto. Mentre stiamo facendo questa intervista, la grossa differenza è che diversamente dalla prima ondata, Codogno era chiuso, oggi invece abbiamo quasi gli stessi posti letto di prima, ma suddivisi in due strutture diverse”.

In questo ultimo periodo ha constatato una migliore preparazione nel fronteggiare questa nuova ondata di contagi o manca ancora qualcosa?

Siamo sicuramente più pronti. C’è una consapevolezza maggiore in tutti noi su come operare. Resta critica la questione legata al personale sufficiente a garantire il rapporto assistenziale ideale medico/infermiere/paziente, ossia un medico rianimatore per 4-5 pazienti e 1 infermiere ogni 2 letti di terapia intensiva”.

Che cosa vuole rispondere a chi tende ancora a ridimensionare la portata di questa pandemia?

Tutti gli ospedali hanno un piano di emergenza, dove grosso modo il personale sa cosa fare. Ma bisogna ripetere un concetto fondamentale: il Covid è un’altra cosa. L’ambito temporale in cui operiamo è nettamente diverso, rispetto alla media delle altre situazioni sanitarie. Ho visto gente morire rapidamente in pronto soccorso, così come nel reparto di rianimazione. Di fronte a una mortalità così elevata e a un carico assistenziale così importante, bisogna evitare di infettare se stessi e gli altri. Se non si prendono speciali precauzioni, infatti, esiste il rischio di ritrovarsi un numero significativo di persone che si ammalano contemporaneamente, diventano sintomatiche e con quadri acuti in grado di uccidere in breve tempo! Questo non accade con altre patologie. Le do altre cifre molto emblematiche. Nel mio reparto ho avuto 11 gravi casi di influenza H1N1 nel 2019, senza decessi; nel 2020, con il Covid, ne ho avuti 104 con mortalità del 50%. Pensa sia una semplice influenza?”.

Credo proprio di no… Tirando le somme, seppure parzialmente, l’Italia come si è comportata finora rispetto agli altri Paesi nel gestire la pandemia?

“Parlando di sistema Italia, lo dice anche l’Oms, ci siamo mossi bene. Siamo partiti rapidamente, contenendo in modo efficace la pandemia. Ma il personale è esausto, perché non ci sono stati significativi periodi di riposo, come qualcuno scorrettamente ha affermato. Anche nei mesi estivi infatti eravamo impegnati a recuperare le prestazioni sospese nel periodo di maggiore emergenza. Non per niente abbiamo anche attivato una consulenza psicologica per il personale, che vive uno stato di ‘ansia anticipatoria’ perché sa già che cosa dovrà affrontare dinanzi a nuove ondate, lo ha già vissuto e non lo dimentica”.

Questo articolo fa parte nel numero “Speciale Covid – Vita & Salute” realizzato in collaborazione con la Fondazione Vita e Salute e finanziato interamente dall’8xmille della Chiesa Avventista.