la condizione irriverente

Dis-Play, la condizione irriverente:“Non lasciamo i ragazzi soli”

Si è concluso il progetto Dis-play realizzato nella città di Fano dalla Cooperativa Sociale COSS Marche e finanziato grazie ai fondi dell’8xmille Avventista. 

Di Emiliana Vittorini

Il progetto, rivolto a ragazzi e ragazze di età compresa tra i 14 e 30 anni, aveva l’obbiettivo di prevenire la dipendenza da videogiochi e il conseguente isolamento sociale attraverso: 

  • Un servizio di sostegno psicologico 
  • La partecipazione dei ragazzi a laboratori
  • Interventi domiciliari per i casi di isolamento gravi, gli “Hikikomori”

Abbiamo intervistato i realizzatori del progetto chiedendogli di raccontarci la loro esperienza

Siete soddisfatti del percorso svolto nella realizzazione del progetto? 

Cristiana Santini psicologa 

«È stata un’esperienza interessante, siamo partiti con un progetto di intervento sull’isolamento dei ragazzi e ci siamo trovati in una situazione in cui era richiesto ai ragazzi di isolarsi.  Abbiamo riadattato il progetto per supportare le famiglie a gestire la fatica dell’isolamento forzato dei figli adolescenti. Molte le testimonianze di un crescente stato di depressione, è come se i ragazzi si spegnessero davanti agli occhi dei genitori». 

È stata svolta una attività preventiva verso i ragazzi o avete lavorato su soggetti segnalati dai consultori? 

«Immaginavamo di lavorare con le scuole e con i ragazzi problematici, ma con la chiusura delle stesse, abbiamo dovuto ripensare il lavoro dividendolo in due filoni:

  •  lavoro individuale con i ragazzi, nei casi segnalati dai servizi sociali 
  • incontri con i genitori che già conoscevamo, ma che non erano segnalati. 

Partendo dalle questioni che i destinatari del servizio portavano alla nostra attenzione (la maggior parte era riferita allo stare chiusi in casa) abbiamo realizzato degli interventi mirati con dei seminari ad hoc».

Come si ricicla un operatore di strada che deve lavorare da casa? 

Luigi Russo operatore di strada

«In realtà siamo un’unità di strada sociale non sanitaria quindi lavoriamo sulla relazione che si può coltivare anche stando chiusi in casa. Sono soddisfatto dei risultati ottenuti nonostante la pandemia in quanto ogni azione è diventata un servizio pubblico che continuerà ad esistere anche a progetto è terminato. Abbiamo preso in carico 8 giovani più vari ragazzi che orbitano nella nostra area di influenza. Le richieste sono state così tante da dare uno stop agli ingressi per mancanza di risorse, questo la dice lunga su quanto grande sia il bisogno di ascolto da parte dei nostri ragazzi».

Qual è stato lo strumento di contatto? 

«Essendo un’attività per le famiglie abbiamo utilizzato Google Meet che ha il vantaggio di essere facilmente accessibile ma che nel tempo è limitante. Dopo mesi di incontri online i ragazzi sentivano il bisogno di conoscersi dal vivo. Il digitale ha permesso ai più timidi di non mostrarsi troppo esponendosi in maniera graduale prima con la chat, poi con il video».

In che cosa consistono i laboratori?

Dottoressa Turani

«Soprattutto “scrittura creativa”, ma non solo. Il percorso è stato rimodulato da offline a online a motivo della pandemia. I ragazzi hanno utilizzato lo schermo come spazio di creatività, si sono divertiti a rielaborare i loro volti grazie ai filtri disponibili sulle piattaforme e hanno simulato il passaggio di oggetti da un monitor all’altro creando una sorta di catena virtuale. Con il gioco hanno fronteggiato la paura del Covid. 

Nel laboratorio di scrittura, con il passaparola, si è formato un gruppo di 13 soggetti. Durante gli incontri mi sono accorta della vastità delle cose che avevano da dire, hanno scritto così tanto che abbiamo deciso di pubblicare un libro: “Condizione Irriverente”.

I giovani non sono degli “sdraiati”, ma hanno un mondo dentro che vuole uscire se solo gliene diamo la possibilità».

Per maggiori informazioni: www.ottopermillevventisti.it