voci da dentro

Le voci da dentro

Chirurghi e infermieri. Medici di base. Procedure sanitarie stravolte. Le testimonianze dei professionisti a diretto contatto con il virus che collaborano con la nostra onlus. Suggerimenti e speranze per ridurre i disagi ancora presenti

di Ennio Battista

Abbiamo raccolto le voci di chi affronta la pandemia dall’interno degli ospedali o dagli studi del medico di famiglia.

Due elementi chiave che dovrebbero stare all’inizio e alla fine di un processo di gestione e cura che spesso non si sviluppa come si deve. Si tratta di operatori medico-sanitari che hanno offerto periodicamente, in tempi pre Covid, anche la loro collaborazione come volontari per le attività della Fondazione Vita e Salute. Ognuno di loro ha in mente i primi momenti dell’insorgenza del Covid-19. Episodi che segnano dentro come incipit di storie con risvolti drammatici ma anche, grazie a questi professionisti della salute, dagli esiti positivi.

“Prima dell’esplosione della pandemia in Italia non avevamo ancora coscienza di quello che avremmo vissuto”, ci racconta Andreea B., infermiera della Asl Romagna. “Poco dopo, le fondamenta su cui eravamo abituati a lavorare sono state stravolte. Dal giorno in cui, arrivata al lavoro, scopro il mio ambiente ‘violentato’, sia logisticamente che moralmente. Le persone arrivavano nel nostro reparto a ondate, una dietro l’altra. Qualcuna respirava a fatica e, a causa degli spazi ancora inadeguati, non sapevamo ancora bene come sistemarla. In più, per noi operatori dentro quelle tute, sotto due mascherine, visiera e tre paia di guanti, l’assistenza si complicava notevolmente.

Un senso di inadeguatezza sperimentato anche da un medico chirurgo di buona esperienza, quando la prima notte di turno, nel reparto dedicato ai pazienti Covid-19, si è trovato ad “affrontare una problematica nuova e diversa rispetto alle patologie che normalmente si incontrano nella abituale disciplina di competenza”, sottolinea il dottor Gianni Stradiotti, medico chirurgo presso l’ospedale Manzoni di Lecco. “In quei momenti ho sofferto per l’inadeguatezza di fronte a una situazione che si rivelava sempre più critica”.

La prospettiva medica basilare

E il medico di famiglia? Quella figura, che dovrebbe assicurare un filtro tra i cittadini e gli ospedali, si è trovata all’origine di tutto “In assenza totale di linee guida comportamentali e professionali”, denuncia la dottoressa Chiara Del Fante, medico di base fiorentina. “Ci sono state inviate 20 mascherine bianche in due mesi, che poi hanno dovuto togliere dal commercio perché non svolgevano neanche la funzione delle semplici mascherine chirurgiche”.

Un disorientamento cui le fa eco Francesca Ferretti, medico di famiglia sempre in Toscana, che punta il dito sul problema chiave: la burocrazia fa perdere al medico la possibilità di essere il primo contatto efficace con la malattia. “Nel bel mezzo della pandemia”, racconta Ferretti, “mi sono trovata a gestire certificati di invalidità, richieste di pannoloni, di ausili per diabetici, o certificati per le palestre, vaccinazioni antinfluenzali, ecc., che sommandoli alle richieste di tamponi, certificati di quarantena o di riammissione a scuola, e a continui cambiamenti di protocolli con il dipartimento di igiene, ci hanno impedito di attuare la cosa più logica e semplice, ma la migliore che si potesse fare: munire il medico dei presidi di protezione adeguati per andare a visitate i pazienti ammalati”.

L’episodio più toccante

Il racconto della pandemia si incrocia inevitabilmente con le paure, le sofferenze e i dolori di una perdita.

Ricordo un bambino di 9 anni arrivato in ospedale in emergenza, che aveva il terrore negli occhi e gridava a noi operatori: “Ma io ho il Covid-19!’”, ricorda con emozione Andreea B.Lo abbiamo rassicurato – recitando il leit motiv di questi mesi – che sarebbe andato tutto bene. Così è stato. E poi c’è la donna di 100 anni che, piena di ironia, ci ha fatto ridere più volte durante il turno di lavoro. Non sapevamo dirle se anche per lei ‘sarebbe andato tutto bene’. Ma alla fine, ce l’ha fatta! A tanti purtroppo non è andata così, lasciandoci ognuno di loro un segno profondo nel nostro animo”.

Arriva poi l’esperienza che non ti aspetti, drammatica, quella con il paziente che non dovrebbe essere a rischio, “un uomo di 50 anni, privo di patologie preesistenti e giovane rispetto alla media dei ricoverati”, ci spiega Stradiotti: “Arriva di notte e nel giro di poche ore sviluppa un’insufficienza respiratoria gravissima che lo porta alla morte, nonostante l’uso di tutti i presidi e i farmaci previsti nel protocollo terapeutico”.

Il Covid non si ferma solo ai pazienti ricoverati a domicilio o in ospedale, può colpire (e i casi sono stati numerosi) gli stessi operatori. Come Robert Andreescu, infermiere professionale in Piemonte, che ricorda la sua esperienza come un’occasione per fare un bilancio della propria vita: “Mi sono ritrovato ingabbiato, pieno di dolori, con febbre, tosse incontrollabile e tutti i sintomi legati a questo maledetto virus”, sottolinea Andreescu. “Ma soprattutto ho provato un senso di solitudine. Sono state le cinque settimane più lunghe della mia vita, dove ho avuto modo di riflettere di più su me stesso, rafforzare la dimensione spirituale e migliorare la mia mentalità positiva.”

Enfasi o realismo dei media?

A molti operatori sanitari non piace l’eccessiva retorica o enfasi dei media: tv o giornali, fa poca differenza. “I media hanno scelto di utilizzare un linguaggio bellico: la guerra contro il Covid, medici in trincea, infermieri eroi”, afferma Andreea B. “È stata enfatizzata una realtà che non ne aveva bisogno, perché già di per sé crudele. I veri eroi non siamo noi infermieri, ma le persone che lottano per la vita, in solitudine, negli ospedali; eroi sono i loro familiari, che da lontano sono costretti ad ‘assistere’ a tutto questo”.

Un approccio mediatico che, da un lato, ha creato molta paura; dall’altro, quando le notizie sul Covid si sono “raffreddate”, ha fatto prevalere “un senso di rivalsa che portava ad andare in vacanza come se niente fosse e a tornare alla vita di sempre, senza la minima attenzione per l’altro e per se stessi”, sottolinea con amarezza la dottoressa Del Fante.

Richieste per l’oggi e il domani

Con la nuova ondata della pandemia abbiamo osservato nel personale medico-sanitario ancora più senso di stanchezza e il bisogno di cambiare diversi aspetti nelle procedure sanitarie. A partire dall’aumento di “strutture/alberghi Covid dove garantire efficaci periodi di quarantena”, sottolinea Andreea B, insieme a “un maggior controllo e gestione dei contagiati sul territorio (più strumenti ai medici di base e ai pediatri, più risorse in seno al dipartimento dell’igiene pubblica, ecc.). Anche se la mia regione si è mossa in anticipo con certe misure, tante si sono dimostrate insufficienti.

Abbiamo l’emergenza negli ospedali perché non abbiamo curato abbastanza ‘l’emergenza’ a domicilio”. Considerazioni che trovano ampia conferma nella dottoressa Del Fante, che sottolinea l’importanza di “Un dialogo tra ospedale e territorio per evitare ricoveri a persone che potrebbero essere curate a casa, ma che hanno il diritto di essere visitate da personale adeguatamente formato e che possa svolgere il proprio compito professionale in modo sereno e sicuro”.

Non bastano però strutture e organizzazione, c’è ancora molto da fare in un ambito cruciale di tutta la catena che porta ai contagi, quello dell’individuazione e tracciabilità dei soggetti positivi. “Occorrono maggiore disponibilità di test diagnostici e migliori tempi di risposta dopo l’esecuzione degli esami”, sottolinea Stradiotti. “E infine, per la realtà ospedaliera, sarebbe importante adeguare gli organici del personale medico e infermieristico alle esigenze emerse durante questa pandemia”.

Questo articolo fa parte nel numero “Speciale Covid – Vita & Salute” realizzato in collaborazione con la Fondazione Vita e Salute e finanziato interamente dall’8xmille della Chiesa Avventista.