professionisti non eroi

Professionisti, non eroi

Le testimonianze degli operatori sanitari che hanno offerto cure e terapie durante la pandemia. Dove ha funzionato meglio.
E che cosa dovrebbe cambiare

di Ennio Battista

Non chiamateli eroi. Meglio, “Non chiamateci eroi”. Perché lo dicono loro stessi, i medici e gli infermieri che fin dallo scoppio della pandemia si sono ritrovati in una situazione mai vissuta prima: fronteggiare in poco tempo moltissimi casi gravi di pazienti ricoverati in intensiva.

Quella parola non la vogliono sentire perché suona retorica e, con la scusa dei toni enfatici, nasconde altri problemi concreti, crudi, che in molti casi hanno messo a dura prova la resistenza degli operatori sanitari.

Lo sa bene Martina Benedetti, una delle infermiere simbolo della prima fase pandemica, che lavora in Toscana in un reparto Covid. In un suo recente intervento dai microfoni di Radio Rai ha affermato che: “Rispetto a prima, quando siamo ripiombati nell’incubo Covid, non siamo sprovvisti di mezzi di protezione individuale. Oggi riusciamo a proteggerci”. Quello che è cambiato e che amareggia persone come lei, è che prima infermieri e medici venivano celebrati con canti e applausi dai balconi, mentre durante il periodo estivo quegli stessi professionisti hanno dovuto fronteggiare fenomeni aberranti, come i negazionisti o i no mask. “Da eroi per qualcuno siamo diventati assassini. Io e i miei colleghi siamo rimasti basiti. Ti fai un turno massacrante in terapia intensiva, esci fuori, poi leggi certi commenti sui social. E ti fa male”.

Il nostro “Speciale Covid-19 – Un anno dopo” è innanzitutto un omaggio alle tante “Martina” del nostro Paese.

Si contano ormai centinaia di decessi tra operatori sanitari a causa del Covid-19. Un tributo importante di vittime che forse si poteva contenere. Ma il nostro approfondimento non vuole soffermarsi su un elenco di numeri e dati per recriminarci sopra. È uno spazio di testimonianze raccolte tra alcuni dei protagonisti della prima ondata, come stimolo per fare sempre meglio.

Un dialogo da migliorare

Emblematico è il ruolo del medico di base, il trait d’union tra le strutture ospedaliere e il territorio. Tra gli aspetti che più sono risultati non funzionali, forse c’è proprio il dialogo tra medici, famiglie e ospedali, al fine di gestire meglio gli accessi al pronto soccorso e non intasare gli ospedali.

Senza dimenticare la carenza di posti letto per fronteggiare i picchi dei casi Covid e di personale specializzato.

Ce l’ha testimoniato la recente polemica del vicesegretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg), Pier Luigi Bartoletti, che riferendosi ai Covid hotel li ha definiti “Un luogo ad alto rischio di contagio. Dove i team di medici e infermieri utilizzati per i controlli dei pazienti non possono essere improvvisati: devono essere perlomeno internisti, che sappiano come gestire la vestizione e la svestizione delle tute di biocontenimento e gli altri dispositivi di sicurezza. Non si può pensare di inviare medici di famiglia, casomai di una certa età, esponendoli al virus. Queste strutture possono essere un grande vantaggio, ma vanno organizzate bene”.

Tre T da applicare

La pandemia potrebbe essere riassunta nelle tre T: testare, tracciare, trattare. Significa avere a disposizione più tamponi, risalire alle catene dei contagi e offrire terapie efficaci. Non poteva, quindi, andare tutto bene. È una pandemia contro un virus che era sconosciuto.

Ma oggi possiamo fare meglio. A partire da noi. Perché la responsabilità individuale è la regola aurea di prevenzione. Lo abbiamo sentito ripetere all’infinito: distanziamento sociale, indossare le mascherine, igienizzare. Non dimentichiamocelo mai. Come non dobbiamo dimenticare il grande assente dal dibattito sulla pandemia, il sistema immunitario. Che dovrà essere riportato al centro di ogni riflessione per la salute dei cittadini.

Questo articolo fa parte nel numero “Speciale Covid – Vita & Salute” realizzato in collaborazione con la Fondazione Vita e Salute e finanziato interamente dall’8xmille della Chiesa Avventista.